Incidente in cantiere

La scena rappresentata è quanto di più comune si possa immaginare. Tre uomini in piedi, un quarto disteso a terra. Sullo sfondo, alcuni manifesti dai vivaci colori si sovrappongono l’uno all’altro occupando tutta la superficie d’un muro intonacato.

Eppure, un dramma si respira nell’aria: qualcosa è accaduto. La compostezza troppo serena del compagno disteso, lo stupore concentrato dei tre uomini in piedi ci rivelano che siamo dinanzi alla morte. Ce ne rendiamo conto con la naturalezza rassegnata con cui acconsentiamo all’ineluttabilità dei nodi cruciali dell’esistenza, alla loro banalità perfino.

Né stenteremmo a cogliere nella scena elementi che precisino il riconoscimento, parlandoci più appropriatamente d’un dramma del lavoro; se anche l’artista non avesse voluto spazzar via ogni possibile ambiguità e non avesse intitolato “Incidente in cantiere” (“Neštěstí na stavbě”) il suo quadro. L’opera, conservata tra le collezioni permanenti del museo praghese di Veletržní palác, è di Karel Myslbek, figlio dello scultore accademico Josef Václav, il cui San Venceslao a cavallo fa bella mostra di sé alla sommità della piazza vltavina che ne porta il nome.

L’opera è del 1909. Un contesto, dunque, non privo d’un suo carattere ufficiale. Il che ci metterebbe in sospetto d’una partecipazione d’occasione al dramma rappresentato, d’una “denuncia” subordinata alle esigenze esteriori che i nuovi temi “sociali” richiedevano al pittore di grido. L’opera merita tuttavia un secondo sguardo.

L’uomo disteso tra i compagni è un Cristo la cui morte non fa notizia più d’un comune fatto di cronaca; ma non è la disperazione il senso di questo moderno compianto, né lo sono il cordoglio o la pietà. Interviene piuttosto, a comporre le quattro figure nella loro geometria drammatica, un sentimento anteriore al dolore.

Ho parlato prima di stupore; uno stupore che non conosce l’esasperazione del pathos ma piega gli astanti in un’attitudine concentrata. In tutta la scena regna una calma sospesa. I tre uomini osservano il compagno morto, ne studiano il volto, a cercarne forse una rassomiglianza col proprio. Quella dell’uomo steso a terra, d’altra parte, è un’epifania.

Prima, egli non era altro che uno tra i tanti lavoranti al cantiere: poco più d’un numero di matricola. Ora egli riacquista, nel distacco supremo della morte, la sua dignità piena e matura d’uomo. Non c’è ombra di rivolta in lui, neppure di quella «involontaria dell’uomo presente alla sua fragilità» [G. Ungaretti, ndr].

Alle sue spalle i manifesti si accalcano gli uni sugli altri contendendosi un po’ di spazio sul muro spoglio. Violenti, malconci, indifferenti all’accaduto.

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