Mea culpa

Il piano Colao, con tutti i suoi difetti (tra i quali però non vedo traccia di digital washing, vivaddio), è comunque una miniera d’oro perché delimita il territorio e pone una serie di quesiti non semplicemente tecnici o economici, ma “politici”:

  • siamo a favore o contro la disincentivazione del contante (oggi Conte dice: incentivi ai pagamenti digitali senza penalizzare nessuno. E come fai a incentivare qualcosa senza rendere onerose le altre opzioni?)?
  • siamo a favore o contro l’innalzamento dei limiti di emissione sul 5G?
  • siamo a favore o contro una revisione integralmente del Codice dei contratti pubblici (magari seguendo il modello “Direttiva EU + integrazione minima”, gigantesca innovazione nell’approccio del legislatore italiano nei confronti della normativa comunitaria ma che appunto in quanto tale è destinata a scontrarsi con resistenze ancora più gigantesche)?

E così via. Se dobbiamo consultare tecnici e riunire task force, allora spetta poi alla politica mettere in agenda le proposte o rifiutarle: ma annacquarle fino a renderle no-operations giusto per non scontentare nessuno è uno spreco di denaro tempo e competenze, appunto. Che “potere” sia un verbo più che un sostantivo è magari uno slogan logoro, ma esistono una determinazione, un coraggio della politica ai quali non mi sento di abdicare.

A proposito di politica, sul disastro indici DESI pubblicati dalla Commissione Europea qualche giorno fa ancora non ho sentito nessuno, né dalla maggioranza né dall’opposizione, che si sia intestato il fallimento. Nessuno che abbia detto: mea culpa. E allora lo dico io, da semplice cittadino, da italiano.

Sì, è colpa mia se non ho impedito che questo Paese vivesse il transito nell’età digitale come una fata morgana irraggiungibile, sempre sull’onda dell’emergenza e riuscendo ogni volta a mettere toppe che sono peggiori del buco, con iniezioni massicce di policy copia-e-incolla prese di peso da contesti non sovrapponibili a quello italiano.

È colpa mia se non ho gridato a pieni polmoni che la digitalizzazione non distrugge posti di lavoro, ma semmai trasforma professioni, e che a distruggere i posti di lavoro è invece la mancata digitalizzazione perché ha un impatto devastante sulla competitività e addirittura sul capitale sociale.

È colpa mia se non ho rintuzzato come si deve chi vorrebbe che lo Stato iniziasse a competere con le big tech in nome di malconsigliate velleità di autonomia o sovranità tecnologica. Oltre al fatto che le sirene del protezionismo sono diventate bravissime a far sentire il loro canto attraverso i “campioni” più insospettabili, non è perseguendo la sovranità tecnologica che la si ottiene, ma diventando bravi ad esportare servizi e prodotti competitivi a livello globale e a importare capitali e competenze, promuovendo l’innovazione, investendo massicciamente nella ricerca, rendendo più efficiente la giustizia, svecchiando l’approccio all’antitrust, armonizzando i regimi fiscali.

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