CTRL + X

La storia si fa mescolando, contaminando, riscrivendo, distruggendo. Abitiamo uno spazio popolato di segni che rimandano ad altri segni in un gioco di specchi (o in un grafo) vertiginosamente profondo, e manipolare, editare questi segni è il nostro modo di lasciare tracce. Il gesto che oblitera la storia è storia a sua volta: il miliziano che annienta il tempio di Baalshamin a Palmira, il contestatore che insanguina la statua di Colombo (à la Hermann Nitsch), il duce che a Roma smonta e rimonta i fori come un Lego e smonta definitivamente la Spina di Borgo sono tutti da questo punto di vista uguali, tutti agenti ideologicamente motivati che agiscono su segni a loro volta ideologicamente connotati, cioè su simboli. Non parliamo di furia iconoclasta, non parliamo di barbari: parliamo di CTRL + C, CTRL + V, CTRL + X. Poi c’è la musealizzazione, ma quella tenetevela pure. A me i simboli interessano in quanto non “in sola lettura”, non eternamente uguali a sé stessi: guardate che pure Cesare Brandi parla di una ricreazione o riconoscimento, senza il quale l’opera d’arte (lui pensava all’arte, d’accordo: ma vale a prescindere) è opera d’arte solo potenzialmente, cioè “non esiste che in quanto sussiste”.

Certo, tutto va contestualizzato, ma se un Montanelli da ufficialotto di regime poteva apprezzare le gioie del madamato e trent’anni dopo rivendicarlo comunque come goliardata giustificata dal contesto di allora e con tutto un ricamo di sottintesi sui propri appetiti erotici e sulla scarsa partecipazione della bambina, forte della rete di protezione ammiccamenti e implicito consenso offerta da un Paese tuttora patriarcale, ebbene, mi aspetto che il contesto mutato dovrebbe rendergli del tutto comprensibili, se vivesse ancora, anche le “attenzioni” verso la sua effigie e la rivalutazione tout court della sua figura. Nessun giudizio moraleggiante da parte mia, ma semplicemente un modo di restituire contestualizzazione per contestualizzazione. Una statua distrutta o una statua riscritta sono transiti, sono la storia che avviene: molto meglio che la noia di pezzi da museo coperti di polvere o di guano. E meglio ancora se la cosa ci offende.

Tutto questo, però, ha un che di outdated, di reazionario. Continuiamo a prendere di mira segni puramente fisici, artefatti di un universo cognitivo ormai superato. Quando la nostra capacità di editing avrà iniziato a filtrare oltre il vecchio mondo fisico ne vedremo delle belle. Il digitale ha una sua peculiarità: è riflessivo, come scrive Luciano Floridi o come i programmatori chiamano i loro linguaggi, cioè riesce a parlare di sé, a essere referente e segno nello stesso tempo. Quindi le possibilità di editing sono al di là di ogni immaginazione. Ma come si cancella o come si riscrive una traccia digitale? Il guaio è che la memoria digitale, per un verso più fragile di quella fisica, è però “riprodotta” (direbbe Benjamin) talmente tante volte, e i link tra i segni possono essere resi così intrinsecamente inscindibili dai segni stessi, che la fragilità diventa piuttosto una forma di viscosità. E se in onore di Montanelli o di “Columbus” o di Churchill non avessimo eretto statue ma eseguito transazioni bitcoin (magari da un vanity address), quindi tracce scritte in modo immutabile dentro strutture dati che abbracciano il globo, come avremmo fatto a editarle?

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