Cinque cose che ancora mancano a Immuni

  1. Accessibilità, linguaggio e grafica meno gender-specific, localizzazione nelle principali lingue parlate dalle minoranze etniche in Italia.
  2. Una responsible disclosure policy, vale a dire un canale sicuro che permetta a chiunque (ad esempio, un ethical hacker) scopra vulnerabilità nell’app o nei servizi di backend di comunicarli ai responsabili dello sviluppo senza che vengano a conoscenza di malintenzionati.
  3. Interoperabilità con gli analoghi servizi almeno across the EU. L’eHealth Network, organismo che riunisce i servizi sanitari degli Stati Membri, aveva già adottato un toolbox il 15 aprile e poi delle linee guida per l’interoperabilità il 13 maggio, ma dovremo attendere verosimilmente metà luglio/agosto per qualche risultato in questo senso.
  4. Integrazione con i servizi sanitari regionali. Questo è chiaramente un tema di governance della sanità pubblica, da cui ovviamente dipende l’efficacia dello strumento. Qui bisogna fare i conti con le complessità inerenti al Titolo V. Azzardo un’ipotesi: se la riforma costituzionale del 2016 fosse passata ci ritroveremmo uno Stato con legislazione esclusiva nel «coordinamento informativo statistico e informatico dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche dell’amministrazione statale, regionale e locale» (grazie all’emendamento proposto da Quintarelli), dunque più agile nella gestione di una piattaforma digitale che attraversa i confini regionali.
  5. Infine, permettetemi una provocazione, ma fino a un certo punto: l’obbligatorietà.
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