2 giugno

La mappa del referendum del ’46 ricalca in modo pressoché perfetto la mappa di qualsiasi altra disuguaglianza italiana in questo scorcio di 2020, dalla distribuzione del reddito al coefficiente di Gini all’HDI agli indici DESI regionali a, per dirne un’altra, le donazioni di sangue che rappresentano un ottimo proxy del capitale sociale. E ricordiamoci che, come ha mostrato Michael Marnot, questi indici sono tutti correlati alla sanità pubblica intesa come piattaforma in grado di garantire un certo livello di aspettativa di vita.

L’Italia repubblicana ha fallito sonoramente nel progetto di attenuarle, quelle disuguaglianze: così come avevano fallito l’Italia fascista e quella post-unitaria. Oppure, ribaltando il punto di vista, l’Italia repubblicana è riuscita a sopravvivere nonostante disuguaglianze tanto stridenti da spezzare il Paese in due.

E in questo senso, con le nostre punte più avanzate che competono con Francoforte e Londra e le nostre retroguardie che arrancano assieme alla Bulgaria, siamo un’epitome d’Europa. La dimostrazione che un’Europa come Stato federale potrebbe anche stare insieme. Non nascondiamocelo però: la competizione tra Stati o macroregioni continuerebbe a perpetuare le disuguaglianze attuali o addirittura ad aggravarle, senza un progetto redistributivo che non si imperni soltanto sugli aiuti ma incentivi massicciamente il movimento interno e le relazioni imprenditoriali o sociali tra soggetti cross-border.

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