Lavoro agile: è stato solo un sogno?

Ho paura che con la fatidica fase 2 riprenderà abbrivio l’invincibile moto retrogrado di certa classe imprenditoriale italiana. Già sento CEO e manager nella mia bolla (o per meglio dire, tra gli italiani della mia bolla) dichiarare sornioni: sì, sarò all’antica ma io i miei collaboratori/dipendenti/consulenti voglio vedermeli attorno. E pazienza se questo significa gravare sul bilancio aziendale per implementare misure di sicurezza ulteriori adeguate a proteggere i lavoratori. Pazienza se questo significa non poterli proteggere adeguatamente, quei lavoratori, che saranno comunque esposti a un rischio di contagio in itinere.

Pazienza, soprattutto, se questo approccio significa buttare a mare tutto ciò che abbiamo imparato, e dimostrato, in questo mese e mezzo di lockdown: che si è produttivi anche senza l’obbligo di sedersi alla scrivania dell’ufficio (against all odds). Che i contatti umani sono sempre necessari, ma che ciò che perdiamo di chiacchiere davanti alla vending machine con i colleghi di sempre lo guadagniamo nelle opportunità di arricchimento della diversità e della multiculturalità dei team, nel respiro internazionale dei progetti a cui diventa possibile collaborare, nella responsabilizzazione su obiettivi e strategia, nella flessibilità che consente di instaurare più di un rapporto di lavoro.

Il lavoro agile diventi allora parte strutturale del nostro sistema produttivo. Certo, c’è da fare un grande sforzo in termini di riassetto organizzativo, di riprogettazione di processi, di strumenti di valutazione delle performance, di coordinamento, di comunicazione; e deve farlo il management. Di qui non si scappa. Ma ci si può sempre far affiancare da bravi consulenti (è materia questa da innovation manager, ben più che le verticalizzazioni tecnologiche su cui i bandi governativi del 2019 hanno incardinato la figura), o imparare da chi lo smart working lo pratica da anni.

Tra i caveat che mi vengono in punta di penna:

  1. benché porre l’equazione lavoro agile = lavorare da casa sia semplicistico, di fatto è quasi sempre così. La trasformazione della casa in ufficio non è però indolore, né dal punto di vista giuslavoristico (fin dove si estendano le tutele ad esempio per gli infortuni sul lavoro) né, soprattutto, da quello psicologico e sociale perché sposta o erode i confini della nostra sfera privata;

  2. lavoro agile non significa certo always-on, disponibilità 24/7. Reperibilità, straordinari, lavoro notturno vanno opportunamente contrattualizzati. E se lo smart working in sé non ci porterà necessariamente più vicini a un work/life balance (anzi probabilmente ne allontanerà tutti noi bravi workaholic), tuttavia un’adeguata produttiva non può prescindere da una igiene del riposo e del tempo libero;

  3. non è smart working senza un’adeguata struttura di supporto che consenta a chi lavora di lavorare, sic et simpliciter, senza dover fare, contemporaneamente, da baby-sitter, da maestri di scuola o da homemaker;

  4. i servizi digitalizzabili dipendono da un’infrastruttura di servizi NON digitalizzabili, e i lavoratori che vi sono impiegati non meritano di reggere da soli il peso di un evidente svantaggio competitivo. Di nuovo, welfare adeguato affinché al posto di far crescere l’economia non si facciano crescere le disuguaglianze.

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