25 aprile

Oggi non è solo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, ma è anche il “meno otto” alla fine del lockdown. Da una parte una piccola liberazione, ma che sentiamo acutamente sulla pelle; dall’altra la solennità del rito più sacro della religione repubblicana.

La grande Liberazione divide perché non ricorda semplicemente la cacciata dei tedeschi: perpetua il ripudio di un’idea di politica, di nazione e di popolo che ha percorso segretamente la storia italiana dall’Unità in poi come un fiume carsico, ha sputato fuori il suo veleno nel Ventennio, ma ha ripreso a correre sottoterra e non è, forse, ancora estinta.

Ma anche la piccola liberazione che sarà tra qualche giorno è divisiva. Perché questa crisi ha scavato un solco tra noi: di qua i bravi e i forti, gli energici, gli artefici del proprio destino, quelli che hanno fatto in fretta a interiorizzare la vita agra della pandemia e l’hanno trasformata in un personalissimo trampolino di lancio. Di là quelli a cui la paura ha piegato la schiena, quelli a cui l’incertezza sul futuro ha fiaccato le forze, quelli che si guardano intorno con smarrimento.

«I più perplessi domandano oggi: come si conserverà l’uomo? Zarathustra, unico e primo, domanda: come sarà superato l’uomo?»: Nietzsche. Anche l’amico Aldo Torchiaro ha la vista fina: «Si ha la segreta speranza, nel post-crisi, di andare ad occupare un ruolo sociale diverso e migliore. Per D’Annunzio, “ogni bagno di sangue è rigeneratore”. Quando la morte passa accanto, la carica vitale dei superstiti ne esce raddoppiata.»

Così fioriscono, con uguale slancio, i progetti di nuove intraprese e gli sguardi carichi di rancore per vicini di fila al supermarket che non mettono la mascherina. E nel frattempo, senza che ce ne accorgessimo, la retorica sbocciata dalla crisi ha rinverdito il simbolismo dell’uomo solo in lotta contro il male: il Papa che dice messa in una piazza San Pietro desolata, il Presidente Mattarella che discende in un silenzio spettrale lo scalone del Vittoriano.

Ma la realtà è sempre molto più complessa e molto meno manichea. La divisione che mi preoccupa, oggi, è tra chi ha tutti gli strumenti per comprendere (anzitutto), e poi per abitare un mondo alla cui dimensione globale e digitalizzata la Covid ha dato un’accelerazione pazzesca, e chi, invece, quegli strumenti non ha fatto in tempo a crearseli, per retroterra culturale, età, contesto ambientale, lavoro.

Di qui la sfida più difficile e più urgente, per il Paese e per l’Europa: non lasciare indietro nessuno. A meno che non vogliamo trasformare la ripartenza, o le ripartenze, nel preludio di una gigantesca catastrofe sociale.

Buona Liberazione a tutti noi.

Pubblicato su Coerenza eventuale