Post-post-verità

Altri l’hanno detto meglio, ma lo sto sperimentando anch’io: se c’è una cosa che emerge con violenza in questa post-pandemia è che l’unica risposta di fronte a qualsiasi informazione proveniente dalla rete è la sospensione del giudizio, l’epoché, lo scetticismo. Già l’espressione post-pandemia è di un’ambiguità disarmante. Fabio Chiusi qualche giorno fa ha scritto di non credere più in assolutamente nulla di quanto legge, a prescindere dalla fonte: a me è rimasta la certezza che con l’accelerata nell’onlife, il fast-forward dei processi storici (la citazione è del solito Harari) la post-verità non è più un predicato delle patologie dei processi informativi e comunicativi, ma una caratteristica strutturale del tessuto stesso dell’infosfera. Tanto più quanto più l’informazione e la comunicazione sono suffragate da dati esibiti a piene mani: perché ci sono molti modi per far dire ai dati quello che si vuole. O per trasformarli in strumento di confusione anziché di trasparenza.

Ciò che mi sembra allora evidente è che la rete, paradigma che vent’anni le anime candide fa salutavano come salvifica (e oggi, anziché riconoscere la propria naïveté d’allora, raccontano di disillusione e fallimento), la rete, dico, è uno smisurato amplificatore delle diseguaglianze cognitive. Chi ha gli strumenti per leggere attraverso il deluge informativo sta, inequivocabilmente, dalla parte giusta della storia, tutti gli altri peggio per loro: singoli o Stati, diventano facile preda di isterismi collettivi e di complottismi, agitati da rigurgiti di pensiero magico e con sempre meno spazio di manovra. Una versione epistemica, se vogliamo, del «a chiunque ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»: ma poi le disuguaglianze cognitive sappiamo benissimo che non solo sono correlate a quelle economiche, ma stanno con queste ultime in un rapporto di causa-effetto in entrambe le direzioni.

Teniamo presente che la rete di cui parliamo è la stessa che funziona invece molto bene come infrastruttura di base per l’azione e per la prassi, per un’azione connettiva laddove quell’azione ha meccanismi di validazione instrinseci (mercati finanziari, ricerca scientifica, progetti open source, attivismo, meme, …), e lasciamo pure da parte che il concetto stesso di azione connettiva, elaborato da Bennett e Segeberg nel 2013, è la quintessenza dell’obscurum per obscurius: spiega qualcosa di poco chiaro, il coordinamento e la mobilitazione di reti complesse, con qualcosa di meno chiaro ancora, il potenziale di auto-organizzazione della rete stessa.

In questo scenario, le grandi piattaforme digitali (le platfirm, sic) sono riuscite in un’azione a suo modo demiurgica: hanno preso il magma della rete, potenziale informe, e l’hanno trasformato in infrastruttura di sostegno a sé stesse. Il medium non è più la rete: il medium sono le piattaforme. Le piattaforme che non soltanto possiedono nella forma più avanzata gli strumenti per navigare l’infosfera che esse stesse hanno creato e in cui ci invogliano in mille modi a prendere dimora, ma li possiedono in regime di quasi-monopolio. Le piattaforme a cui l’idea tra ingenua e reazionaria che l’uomo debba essere “al centro” dell’infosfera (qualunque cosa questo voglia dire) non è certamente passata neppure per l’anticamera del cervello e che invece prosperano in un’ecologia fatta in larga parte di esseri veramente digital native (i bot sono solo un esempio). Le piattaforme che hanno sottratto spazi di manovra a politica e società civile imponendosi come soggetti sovranazionali, self-regulating, etici by design, debordanti rispetto a qualsiasi etichetta otto-novecentesca la cultura nostrana riesca a tirar fuori dal deposito delle scope: Apple/Google che insieme decidono per gli Stati come si fa il contact tracing e anzi si inventano l’hapax Exposure Notification, Twitter/Facebook nel loro ambiguo braccio di ferro con l’amministrazione USA e con chiunque pretenda di incastrarli nella dicotomia editore-piattaforma.

Qualche tempo fa, ad un convegno sulla privacy, mi sono trovato a discutere con chi da anni va ripetendo il suo anatema nei confronti della profilazione. A nessuno piace essere profilati, vero? Sulla carta, certo. Ma lasciando da parte posizioni di principio, la profilazione è ormai inseparabile dal medium stesso con cui le piattaforme sono co-estensive: piattaforme la cui ragion d’essere sta soltanto nella misura in cui esse sono in grado di organizzare e di selezionare per noi, in quell’ápeiron in quell’inabissarsi senza fine che è l’infosfera, informazione che non soltanto è adatta a noi, ma che addirittura ci gratifica. Ovvio che il prodotto, as the adage goes, siamo alla fine dei giochi noi utenti: ma senza le piattaforme e senza la loro profilazione la rete sarebbe ormai utile quanto la biblioteca di Babele.

Attenzione: il mio non è né un peana né un grido d’allarme, ma una constatazione. Con questo stato di cose devono confrontarsi tutti gli attori, singoli e organizzazioni, privati e pubblici, soprattutto per riguadagnare spazi di negoziazione e socializzare, cioè ridistribuire, per quanto possibile il beneficio di un mercato dell’informazione che, non illudiamoci, sarà in modo sempre più marcato appannaggio di chi potrà gestirlo, di chi saprà estrarre informazione e quindi valore da quei dati. I tentativi di costruire mercati di dati “decentralizzati”, magari modellati su meccanismi incentivanti à la blockchain o microtransazioni resteranno frenati da costi almeno in un futuro prevedibile superiori a quelli di mercati centralizzati, e dunque inaccessibili all’interessato, a colui al quale il dato personale stesso si riferisce.

Come si fa per socializzare i benefici del mercato delle platform? Tassazione adeguata (e soprattutto coordinata a livello globale per contrastare lo shopping fiscale/legislativo) e investendo, ma tanto, in formazione, università e ricerca. E, per quanto riguarda l’Italia, svecchiamento radicale di una cultura che era già diventata obsoleta con l’avvento della società di massa agli esordi del secolo breve e che, da quel trauma, non mi pare si sia più ripresa.

Pubblicato su Eventual Consistency