Danni collaterali

Questa, trasformata in nuvola di parole, è la lettera che Brian Chesky, CEO di Airbnb, invia ieri ai suoi dipendenti. Di 7500, 1900 verranno mandati a casa. È prevista una buonuscita, naturalmente: 14 settimane di paga base più una settimana per ogni anno di anzianità. E il portatile aziendale da portarsi via.

Il tono della lettera è caldo pur nella sua fermezza, quasi accorato, attento a rassicurare gli esuberi (“non è colpa vostra, il mondo avrà sempre bisogno del vostro valore”), accuratamente calibrato per raccontare l’immagine di un’azienda la quale benché costretta a decisioni dolorose mostra un volto umano a risorse improvvisamente (dicesi shock esogeno) trasformatesi in zavorra.

A chi resta, il compito di mantenere alto il ricordo degli esuberi: le parole di Chesky fanno riferimento esplicito all’elaborazione del lutto. «Uno dei modi più importanti in cui possiamo onorare coloro che se ne vanno è che sappiano che i loro contributi sono importanti e che faranno sempre parte della storia di Airbnb». Una formula su cui neppure Elisabeth Kübler-Ross avrebbe trovato da ridire.

In molti, anche in Italia, hanno apprezzato la lettera, o quanto meno l’approccio comunicativo indubbiamente aperto e distante anni luce da certe storiacce di licenziamenti comunicati via WhatsApp. Ma la distanza è un’illusione ottica: a me appare evidente come i veri destinatari non siano certo i dipendenti. Il lettore implicito, quello a beneficio del quale tanta copia di psicologia e di retorica è profusa, è l’azionista.

Il quale azionista avrà bene il diritto di sapere come Airbnb pensa di risollevarsi da una rivalutazione interna che a inizio Q2 era a meno 16% (ce lo dice il FT): e infatti la lettera spiega, parlando a nuora perché suocera intenda, che nel nuovo ordine il business sarà “more focused” e più attento a soddisfare quel bisogno primario che la pandemia ha brutalmente sottratto alla sua carsicità, il contatto umano. E nello tempo, quel medesimo azionista pretenderà che l’azienda resti “etica” (social responsibility, vi diranno) e fedele al suo sistema di valori (diversità, trasparenza, “doing as much as we can for those who are impacted”) perché sa che il cliente a sua volta premierà quelle scelte.

E così, nel grande gioco delle cose, dell’esternalità negativa che un licenziamento produce, della smagliatura nel capitale sociale che esso genera, dovrà farsi carico inevitabilmente lo Stato: l’iniziativa imprenditoriale crea inevitabilmente lavoro, ma i benefici sono altrettanto inevitabilmente concentrati nelle mani di pochissimi mentre i rischi sono socializzati. Nel ridisegno del mondo che seguirà alla crisi sarebbe bello potersi lusingare che contraddizioni come questa non dico spariranno, ma almeno faremo uno sforzo perché si attenuino: e invece sono troppo lucido per non sapere che gli squilibri, negli anni che ci aspettano, sono destinati a crescere.

Pubblicato su Eventual Consistency