Earth Day, il giorno dopo

Che io abbia trovato soltanto ora, passata da un pezzo la mezzanotte, il tempo per fermarmi a scrivere due righe sull’Earth Day, è sintomatico. Le giornate, ci avevano promesso, si sarebbero diluite in quest’esilio forzato dal mondo che ci siamo imposti. Avremmo rallentato abbastanza da poter pensare, farci domande, imparare a guardare oltre l’orizzonte quotidiano degli eventi. Questo tempo, innegabilmente tragico, sarebbe stato però anche un approdo, temporaneo ma prezioso.

E invece mi ritrovo catapultato in giornate più frenetiche di prima. È sintomatico, dicevo, perché ci dimostra che non soltanto non siamo affatto sulla via della saggezza, ma che abbiamo già iniziato a distribuire in maniera più ineguale di prima risorse pregiate, e il lavoro è la prima.

La seconda è la consapevolezza di ciò che accade. Ho già scritto che da questa crisi ne usciranno con profitto quelli che hanno conoscenza e risorse, ma soprattutto conoscenza per capire il presente e anticipare il futuro (ed estrarne valore economico). Potranno giocare su molti tavoli contemporaneamente, approfittando della globalizzazione che correndo lungo le autostrade del digitale nel frattempo non avrà smesso di crescere, nutrita dagli sforzi di miliardi di persone che lottano per trasferire “onlife” una fetta abbondante di vita.

Gli altri, noi, se non sapremo inventarci una vera politica redistributiva dell’informazione, rischiamo di restare al palo.

Consapevolezza che è poi coscienza dell’equilibrio, dell’intersecarsi di tutto con tutto. Economia, politica, tecnologia non sono astrazioni ma si innestano sulla vita biologica e sulle sue fragilità, come stiamo imparando a nostre spese. James Lovelock scrive in Novocene che esiste un’ecologia delle intelligenze e che questa ecologia, per quanto ci si possa sforzare di abdicare in favore di agenti non umani, dipende in ultima istanza dalle risorse fisiche: la vita organica e il pianeta che abitiamo. A meno che, naturalmente, non vogliamo abbracciare alla lettera la metafora cara a Harari: la vita è solo un epifenomeno in un universo abitato da flussi di dati. Ma anche letta così, in un ecosistema informativo che stime prudenti danno nell’ordine dei milioni di miliardi di miliardi di bit, a sparigliare tutto bastano i pochi Kilobyte di informazione genetica di un virus…

Pubblicato su Eventual Consistency