Immuni e dintorni

Su Immuni e dintorni, un paio di riflessioni estemporanee:

  1. Bene la soluzione Bluetooth LE, che è allo stato dell’arte l’unica funzionante senza ricorrere a geolocalizzazione di massa. E le nuove API Google-Apple daranno una mano, quando saranno disponibili (presto).

  2. I dati non saranno ovviamente anonimizzati in senso stretto, ma semplicemente pseudonimizzati (sarà possibile in caso di necessità risalire all’identità dell’interessato, previo, pare, consenso, altrimenti l’app sarebbe totalmente inutile). Anche qui, nulla da eccepire purché ci sia opportuna chiarezza e, se vogliamo essere scrupolosi, sia stata fatta la valutazione d’impatto preventiva ai sensi dell’art. 35 GDPR.

  3. A proposito di trasparenza, che il codice sorgente venga messo a disposizione (anche se non è chiaro in quale forma) è sicuramente positivo, benché di per sé non basta e, a dirla tutta, neppure occorre. Qualcuno più smaliziato di me potrebbe spingersi fino a dire che nonostante certa legislazione illuminata negli ultimi anni non abbiamo capito troppo bene cosa sia free software, cosa sia open source, soprattutto quale ruolo l’open source giochi nella più ampia “economia” che ruota attorno alla gestione di una piattaforma digitale (TCO, does it ring a bell?). È importante sapere come vengono gestiti i servizi di backend, quelli che raccordano l’app al SSN. Come è gestita l’interoperabilità a livello europeo, in termini di dati e di processi. Insomma, l’app in sé è soltanto la punta di un iceberg.

  4. Posto che è necessario raggiungere una base di utenti molto ampia (il 60% della popolazione), più ampia della base utenti di app come Facebook o WhatsApp. Inoltre, come fa notare l’amico Fulvio Sarzana in un pezzo su Agenda Digitale, «i dati a disposizione sull’utilizzo delle app di tracciamento collocano queste ultime in una forbice tra l’8% (la App di tracciamento della regione Lombardia è stata scaricata da 800 mila persone su una popolazione di 10 milioni di abitanti) al 18% circa di Singapore». Ed è allora difficile ipotizzare una qualche forma di adozione di massa senza una qualche forma di enforcement (benché il garante privacy europeo si sia espresso contro) o al limite di nudging, di spinta gentile. Gamification, perks, “sanzione sociale” sono tutte opzioni praticabili.

  5. Ma se l’obiettivo è davvero l’adozione di massa, non possiamo di certo puntare su un’unica app, per giunta gestita dallo Stato. Apriamo il mercato a soluzioni innovative e interoperabili, sfruttiamo l’ampio margine discrezionale che ci dà il Codice degli appalti in termini di innovazione, e lasciamo allo Stato il compito di fare sì da apripista, ma non da monopolista. Soluzioni che ovviamente dovranno rispettare requisiti e certificazioni. E perché Google Facebook Apple e gli altri non dovrebbero essere della partita? Certo, allo Stato va anche l’ingrato compito di vigilare perché non si creino distorsioni, ma personalmente tendo ad apprezzare un mercato aperto più di una soluzione unica calata dall’alto.

  6. Il contact tracing è probabilmente qui per restare. Oggi ci serve per integrare i processi che ci porteranno alla fase 2 (o alla exit strategy, dicono in Europa). Ma domani tornerà utile come strumento di sanità pubblica (influenze stagionali?) o per altro. Dopo l’11 settembre, del resto, i controlli in aeroporto non sono mica spariti: l’ha capito pure Harari quando parla di crisi come di fast-forward della storia. Qui potremmo volare alto e tirar fuori, più o meno a sproposito, i nomi di Foucault, Han, Zuboff: ma a interessa di più capire se e come sapremo cogliere questa occasione per sviluppare la capacità di fare davvero politiche pubbliche data-driven. Che non significano per forza sorveglianza, tanto meno under-the-skin.

Pubblicato su Eventual Consistency