Dammi tre parole

Una preziosa amica, Vera Gheno, stamane su Facebook ci invitava a scrivere i primi tre termini che ci vengono in mente pensando al momento che stiamo vivendo. Così, prima di dire la mia scorro la lista dei commenti e noto che la maggior parte delle parole proposte fanno riferimento a stati d’animo legati alla sfera dell’Io: paura, attesa, sospensione, impotenza, introspezione, distacco, inquietudine.

Emerge tutta l’aporia di questo momento: la tensione tra sfera privata e sfera pubblica, tra individuo e società. Siamo chiamati a isolarci dagli altri per proteggere non solo noi stessi ma gli altri, e gli altri forse più ancora che noi stessi. Lo rileva del resto anche Paolo Giordano nel suo instant book: Quella meditazione abusata di John Donne, «nessun uomo è un’isola», assume nel contagio un nuovo, oscuro significato.

Io però ho voluto ricordare a me stesso che lo sforzo vero non è affatto stare in casa e «acquistare un cuore saggio» (la citazione dai Salmi è sempre di Paolo Giordano), ma progettare il dopo. Pensare a ricostruire la polis, e se possibile a innovarla, pur stando ancora, e chissà per quanto, nella caverna. E non è ciò che hanno fatto i padri fondatori della nostra Repubblica e del progetto europeo, dal confino o dal lager? Perché di certo la crisi spariglierà molte carte, ma non è detto che lo faccia per il meglio senza un impegno preciso.

Allora ho scritto: disruption, governance, crescita.

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