Perché non sono andato alla Maker Faire Rome

Quest’anno non sono andato alla Maker Faire Rome.

A dirla tutta, negli ultimi anni quello che poteva diventare il più grande punto d’incontro d’Europa tra idee e investitori ha abdicato alla sua mission abbracciando una vocazione ludico-didattica, sicuramente encomiabile, ma in ultima analisi rinunciataria.

Una grande occasione perduta: in Italia abbiamo un bisogno doloroso e urgente di sviluppare una piattaforma in grado di far nascere la cultura dell’investimento in innovazione (oltre naturalmente a lavorare su strumenti societari e finanziari e su strutture pubbliche di supporto). Il nostro è un Paese in cui sedicenti VC per darti 20.000 euro ti chiedono il 51% della società e ti piazzano collegio sindacale e controlli di tutti i tipi, rallentando i processi produttivi ed esprimendo una visione di cortissimo respiro.

Con uno Stato che a sua volta s’illude di poter rimediare sostituendosi agli investitori privati: ma in questo modo favorisce la proliferazione di progetti che non soddisfano reali esigenze di mercato, o che magari ribaltano l’adagio think globally act locally proponendo prodotti senza alcuna scalabilità mondiale, e quindi una volta cessato lo stimolo pubblico falliscono.

Signori, l’ennesimo parco a tema non ci farà colmare un gap in crescita su tutti gli indicatori possibili con la media europee e OCSE (per non parlare della forbice con Usa e Cina).

Innovazione e digitale non sono il futuro: sono un presente di sviluppo e crescita, se sapremo crederci sul serio. Altrimenti, saranno solo un modo per stare fermi sulla banchina di una stazione mentre il treno che gli altri hanno preso ci passa davanti.

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