Cos'è il carbon footprint digitale

Un recente paper su arXiv, ripreso poi dal MIT Technology Review, affronta il tema del carbon footprint digitale, con risultati che mi hanno sorpreso e preoccupato. L’addestramento di un modello di intelligenza artificiale di grandi dimensioni, nello specifico di quelli usati per la comprensione e la produzione del linguaggio umano (NLP), produce tanta anidride carbonica quanto cinque automobili dalla fabbrica allo sfasciacarrozze!

Del resto, la tenuità del confine fisico-immateriale che caratterizza l’età digitale non vale mica in una direzione sola. Stiamo digitalizzando il mondo sensibile, ma il digitale in sé possiede una fisicità incomprimibile. I dispositivi che ci stiamo abituando a usare sono piccoli e discreti, indossabili, perfino incorporabili nel nostro organismo, ma l’onere computazionale è sempre più spostato altrove: datacenter grandi come paesi, cavi che varcano le profondità oceaniche, nugoli di satelliti che incrociano al limite estremo dell’atmosfera.

Gli algoritmi vanno addestrati, ormai lo sappiamo tutti. Le intelligenze artificiali non “nascono imparate”: non a caso si parla di machine learning, deep learning, et caetera. E l’addestramento di reti neurali di grandi dimensioni, ad esempio, comporta consumi energetici imponenti. Comporta esternalità negative, costi che ricadono sulla collettività senza che necessariamente la collettività ne tragga beneficio.

E allora? Piantiamo un albero per ogni algoritmo addestrato? Un po’ provocatorio, un po’ naïf, ma perché no? Una cosa è certa: non possiamo più permetterci di vivere la rivoluzione digitale senza affrontare, e non solo a parole, il problema della sua sostenibilità ambientale.

Pubblicato su Eventual Consistency