La politica metta al centro l'innovazione

Che questo governo possa diventare l’incubatore di nuovi soggetti politici in grado di rinnovare la classica alternanza italiana, i segnali ci sono tutti. A sinistra un giano bifronte in cui potrebbe trovare spazio un misto di istanze democratiche e di esperienze antisistema, al centro un partito riformista d’ispirazione socialdemocratica e socialiberalista, a destra una destra populista, sovranista e relativamente ostile all’innovazione, tranne che sotto forma di nuove piattaforme securitarie.

Perché, da innovatori e da “evangelisti” del digitale, dobbiamo preoccuparcene? Perché il destino della trasformazione digitale del nostro Paese dipende in modo strutturale dalla capacità della politica di aggregare attorno a una visione unitaria, forte e coraggiosa il meglio delle forze che l’Italia è in grado di esprimere, nel delicato equilibrio tra la salvaguardia degli investimenti già fatti e una discontinuità forte con la gestione frammentaria, estemporanea e sull’onda dell’emergenza a cui ci ha abituato l’ultimo decennio. Alla politica chiediamo l’arditezza (mi permetto di usare questa parola forte, sì) di mettere al centro l’innovazione e la governance della rivoluzione (nella misura in cui una rivoluzione può essere governata), consapevoli che l’alternativa all’età digitale non è un ritorno nostalgico al ‘900, ma l’irrilevanza assoluta.

Attenzione: parlo di visione politica, non di tecnocrazia. Non mi auguro certo l’avvento dei tecnici al potere, ma pretendo una classe politica in grado di dialogare con la tecnica con cognizione di causa, in una dialettica complessa e forse anche faticosa senza la quale però non si dà il “buon governo”.

Pubblicato su Coerenza eventuale