Fare digitale

Fare digitale significa pensare in termini di cooperazione. Di collaborazione. Di sinergie (permettetemi di usare una parola passata di moda).

Io sono convinto che il momento storico sia favorevole. Ma dobbiamo dimostrarci capaci di superare le partigianerie, i doppi forni, il muro contro muro. Di costruire una visione condivisa mettendo a sistema tutte le forze in campo. Non un compromesso, ma un’elaborazione dialettica tra istanze non incompatibili che si muovono su un territorio comune.

Mai quanto ora serve superare la fase della digitalizzazione per silos, per compartimenti stagni, e aprire una stagione di collaborazione istituzionale a pieno campo, senza la quale la nostra agenda digitale (europea, nazionale, regionale) rischia di frammentarsi in provvedimenti estemporanei o, peggio, di soccombere alla logica dell’emergenza, dell’eterno gap, della rincorsa di policy disegnate altrove.

Nel nostro Codice dell’Amministrazione Digitale, nato come innovazione assoluta ma rimasto in buona parte inapplicato, c’è scritto che «lo Stato, le Regioni e le autonomie locali […] si organizzano ed agiscono a tale fine utilizzando con le modalità più appropriate e nel modo più adeguato AL SODDISFACIMENTO DEGLI INTERESSI DEGLI UTENTI le tecnologie dell’informazione e della comunicazione».

Facciamo in modo che il digitale sia l’esperimento centrale di un laboratorio di costruzione di un nuovo soggetto politico, riformista e inclusivo, che faccia tesoro delle esperienze degli ultimi due decenni e sul quale costruire un percorso non di sopravvivenza né di ripresa, ma di rinnovamento profondo.

Pubblicato su Coerenza eventuale