Cum grano salis

La blockchain è particolarmente interessante come specimen del nostro rapporto malato con la tecnologia: un rapporto che è fatto di pensiero magico, fiducia cieca, adesione acritica, deresponsabilizzazione e improvvidi innamoramenti di apprendisti stregoni.

La blockchain di per sé NON è democratica, NON è trasparente, NON distribuisce il controllo, NON semplifica i processi e NON ha virtù taumaturgiche. La blockchain è una tecnologia molto promettente che interseca crittografia, teoria dei giochi, economia e governance: ma il cui valore o disvalore dipendono dalla nostra capacità di usarla nella costruzione di una società digitale che metta l’uomo e non la tecnologia al centro. Nelle mani sbagliate, la blockchain potrebbe benissimo costituire la piattaforma sulla quale governi e multinazionali, grazie magari agli autogol degli utili idioti della divulgazione, edificheranno la società della sorveglianza.

Diffidate allora di chi vi parla di tecnologia di per sé buona, di per sé liberatrice, di per sé egualitaria. Non ne esistono. Ed è già successo, con la Rete negli anni novanta e duemila, che i profeti della Rete, novelli pifferai di Hamelin, ci portassero verso una società che sicuramente non è né più libera, né più giusta, né migliore.

Per maneggiare una tecnologia dalle potenzialità immense ed implementarla nell’interesse generale occorrono senso di responsabilità, visione, strategia, esperienza, pragmatismo. In una parola, umanesimo. Per costruire un futuro che non sia distopico.

Pubblicato su Eventual Consistency