Libra: velleità di una piattaforma integrata

Libra, la valuta digitale basata su blockchain (se la chiamate piattaforma di pagamento non l’avete capita) e sponsorizzata da un consorzio guidato da Mark Zuckerberg, è sotto la lente dell’Antitrust europeo, ci informa Bloomberg. Questa è l’ennesimo segnale che siamo di fronte a un progetto molto ambizioso ma anche ben concreto, su cui giustamente l’EU vuole chiarirsi le idee. Parliamo di integrazione di una valuta digitale, di servizi finanziari, di un ecosistema social con più utenti di quanti siano gli abitanti di Cina e USA messi insieme, di un e-commerce globale, di piattaforme predittive e di altro ancora. Del resto, Mark l’aveva detto chiaramente durante l’ultimo F8, la convention per developer che Facebook organizza ogni anno: lo scopo è tenere per più tempo possibile le persone all’interno delle applicazioni dell’ecosistema di casa Zuckerberg.

Mark ha anche detto che prima del lancio ufficiale si premurerà di avere l’avallo del potere pubblico in USA e in Europa, anche attraverso un lavoro massiccio di lobbying che coinvolga non solo i policymaker ma anche i gruppi di interesse a vario titolo. È questione di mesi prima che Libra diventi l’unica (finora) applicazione del paradigma blockchain a raggiungere l’adozione di massa, con buona pace di Bitcoin che resterà ad libitum tecnologia di nicchia. Il tassello che mancava perché Zuckerberg, e con lui i due miliardi e mezzo di utenti, si ritrovassero nelle mani una versione occidentale e magari potenziata di WeChat, l’app ubiqua e onnicomprensiva che serve al governo cinese per sorvegliare i suoi cittadini e ai cittadini per vivere.

Se vogliamo comprendere la trasformazione digitale e governare opportunamente il cambiamento, dobbiamo prepararci ad affrontare eventi di questa portata. Le dispute sui meriti dell’una o dell’altra declinazione della blockchain hanno sì la loro ragion d’essere, ma a patto che non inquinino il dibattito pubblico sull’innovazione, e soprattutto che non nascano da meschini giochi di potere o dalla ricerca di una visibilità da piccolo cabotaggio. A patto che non monopolizzino gli sforzi di governance, chiamata a mediare tra i tecnologi e l’interesse generale. E invece se volgo in giro lo sguardo, non vedo altro che la miopia di una comunità che si accapiglia su definizioni (peraltro ambigue) e non sa alzare lo sguardo oltre il proprio giardino.

Il ruolo della governance deve restare distinto da quello di chi materialmente maneggia le tecnologie, se vogliamo scongiurare il pericolo di una tecnocrazia troppo miope o troppo autocentrata, lontana dalle esigenze dell’uomo e del cittadino. Chi governa l’innovazione deve saper dialogare con il tecnico, ma deve prendere su di sé l’onere e l’onore di una mediazione tra le istanze della tecnologia in quanto strumento e quelle dei cittadini in quanto singoli e in quanto costitutivi del corpo sociale.

Pubblicato su Eventual Consistency