Senza filtro

Giuseppe Conte che prende metaforicamente a schiaffi Salvini dalla sua pagina Facebook, perché tanto «anche la corrispondenza d’ufficio tra la Presidenza del Consiglio e il Viminale viene poi riportata sui giornali e allora tanto vale renderla pubblica all’origine, per migliore trasparenza anche nei confronti dei cittadini», e lo accusa di “slabbrature istituzionali” scegliendo però una modalità di comunicazione che non è certo meno irrituale.

Boris Johnson che proprio ieri ha inaugurato una versione in salsa 2.0 del classico question time in Parlamento, il “people’s question time”, durante il quale risponde alle domande dei cittadini ancora una volta attraverso Facebook e a suo dire “senza filtro”.

I social sono ormai, più che l’agorà del dibattito democratico, il Lebensraum, lo spazio espansivo in cui la politica sfoga le sue tensioni approfittando di una regolamentazione molto più lacunosa che per i media tradizionali. E approfittando anche della narrazione per cui i social consentirebbero a priori un canale diretto, bidirezionale, tra il cittadino e il leader che siede nella stanza dei bottoni, anche qui in contrasto con i media tradizionali raccontati come oggetto di interessi di parte, ostaggio dei poteri forti, insomma indegni di fiducia.

Ma questa narrazione è un grossolano equivoco, lo dico da entusiasta della rivoluzione digitale. La verità è che i social non sono affatto senza filtro, soltanto che il filtro è adesso direttamente nelle mani del leader (oltre che di chi gestisce la piattaforma, ovviamente). La delegittimazione dei corpi intermedi non ha certo spostato responsabilità e controllo verso la periferia, verso il popolo della Rete come si diceva giusto qualche anno fa, ma li ha ulteriormente concentrati nella mani dell’uomo forte al comando. Il quale ovviamente saprà bene scegliere e utilizzare i contributi dei cittadini ai fini della propria propaganda, salvo poi nascondersi dietro la “base” quando si tratta di prendere decisioni scomode.

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