Cosmopolitismo gastronomico

Ogni volta a Londra mi stupisco di quanto in fretta la città sia diventata la capitale gastronomica d’Europa.

Non è solo un’osservazione da sibariti, perché come sappiamo il cibo è cultura. E a Londra la quantità e la varietà dell’offerta sono sterminate, la qualità è molto spesso alta.

Il gyros preso al volo stasera da un esercente qualsiasi della pettinata Islington non aveva proprio nulla da invidiare ai centinaia divorati tra le locande dalla pulizia imprecisa di piazza Omonoia, ad Atene, che mi erano sempre sembrati il non plus ultra della perversione in cucina. Così come sui tavoli dell’associazione di cultura polacca, qualche giorno fa, i pierogi e lo żurek tenevano testa in souplesse a quelli dello Stolica di Varsavia. Quanto a noi italiani, che naturalmente siamo presenti con tutte le nostre cucine regionali (vini inclusi), credo che ormai per trovare una carbonara o una fiorentina migliore della migliore che si può mangiare a Londra non basti più entrare in un ristorante a caso di Trastevere o di San Frediano.

Dal maori al bacaro veneziano, dal sushi tristellato al più classico tex-mex, diventa sempre più difficile immaginare qualcosa che Londra non sappia offrire. Per non parlare ovviamente dell’universo culinario dell’Asia e del Commonwealth, che pare essersi riversato tutto intero dentro Londra come in un immenso imbuto. O dei mille e mille stili alimentari, dal vegan al paleo (carne e pesce, bacche e legumi), dal bio (ovviamente) al flexitariano. O delle fusioni delle contaminazioni dei mash-up

(Per inciso, ho anche notato un apprezzabile impulso alla promozione della molteplice cucina regionale del Regno Unito, che sicuramente non reggerà il confronto con quella italiana o con quella francese, ma è tutt’altro che disprezzabile.)

Appropriazione culturale? Neocolonialismo? Turbocapitalismo? Globalizzazione?

Pubblicato su Eventual Consistency