Deep fake

Questa è una foto di Aldo Moro del ‘95, forse addirittura del ‘98.

Una “foto” generata dall’intelligenza artificiale. Un deep fake, quindi. Ma chiamarla così non rende giustizia a una tecnologia raffinata, ed è soltanto il riflesso di un atteggiamento ancora fortemente sulla difensiva.

È il timore reverenziale che torna ad impadronirsi di noi ogni volta che una tecnologia disruptive mette in crisi il nostro modo di guardare (letteralmente) il mondo: da Dziga Vertov con il suo kinoglaz a Merleau-Ponty che non può più tener fuori dalla sua riflessione sulla fenomenologia della percezione le illusioni sensoriali che del cinema sono il vero tessuto costitutivo. E ricordate la ritrosia a lasciarsi catturare dall’obiettivo che, si dice, cogliesse i meno smaliziati agli albori della fotografia?

Certo, ci sono nuove domande che non possiamo eludere. Ad esempio: che diritto ho io di manipolare l’immagine di Moro così come ce l’ha consegnata la memoria collettiva? Non per onorarla né per farne scempio, è vero, ma per sottrarla all’imperioso dominio dei fatti come storicamente si sono svolti. Che diritto ne ho come privato? E che diritto ne avrebbe un soggetto pubblico, lo Stato o magari la scuola?

E infine: siamo certi che il digitale non possa darci una mano nell’elaborazione del trauma, lasciandoci riaccostare ad uno spazio che oggi è dentro il recinto del tabù o del sacro? Se lo chiedono, ma concentrando la riflessione principalmente sulla sfera privata, gli amici Davide Sisto in La morte si fa social, Giovanni Ziccardi in Il libro digitale dei morti, Fabio Chiusi in Io non sono qui.

Ma oltre la dimensione privata, oltre le preoccupazioni pur lecite su un approccio spregiudicato nei confronti della privacy, oltre anche la prevalenza degli aspetti ludici, il digitale non può non modificare il nostro modo di vivere l’elaborazione collettiva del trauma all’interno dello spazio simbolico pubblico. E quindi la nostra identità come collettività, come Paese, come eredi di una storia che è andata in un certo modo e non in un altro. Fino a ieri.

Pubblicato su Eventual Consistency