Blockchain e disintermediazione

Dietro l’interesse mainstream per la blockchain credo ci sia, oltre al fascino libertario delle criptovalute, l’allure di un certo modello di società che la blockchain stessa presupporebbe.

Tre riflessioni però si impongono.

  1. Nessuna tecnologia ridisegna la società a sua immagine, al più ne denuncia i punti di forza e le contraddizioni. A fare la differenza è ovviamente il modo in cui quella tecnologia la usiamo e soprattutto la governiamo.
  2. La blockchain ha un obiettivo specifico: rendere affidabili le transazioni scambiate all’interno di una comunità i cui membri sono “quasi tutti” (in un senso da precisare) “onesti”, o comunque rendere troppo onerose le devianze dal modello, senza il ricorso a un garante super partes. Un modello che, se proprio ci piace il gioco perverso di confondere i piani, sarà anche democratico, ma che certo non conosce tutela per le minoranze ad eccezione di quella legata alla certezza delle transazioni di cui sopra. Ne segue che voler disintermediare attraverso blockchain i meccanismi fondamentali della democrazia partecipativa, togliere peso allo Stato e ai corpi intermedi in quanto organismi di elaborazione dialettica, implica l’adesione a una certa idea di democrazia, che non è necessariamente è mediazione di istanze.
  3. Sul piano del metodo, per una qualsiasi piattaforma di e-democracy o di voto elettronico (e a maggior ragione basata su blockchain) è condizione imprescindibile, anche soltanto per iniziare a discuterne, la disponibilità di codice sorgente aperto e l’esistenza di una comunità di sviluppatori con governance ben definita. La “security through obscurity” è stata sbugiardata da un pezzo. Ma proclami sui social ne abbiamo; repository e comunità a quando?
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