Hackers

Quando si parla di hacking/hackers qualcuno storce il naso, ché qui da noi della parola si è sedimentato appena il senso più scadente, a indicare chi si infiltra, esibendo un certo grado di perizia tecnica, nei sistemi informatici altrui.

Ma fare hacking è altro. Ne dà una bella definizione Eric S. Raymond, nel mitico The Jargon File: «an appropriate application of ingenuity», un’applicazione congrua, misurata, efficace dell’ingegno.

Perché fare hacking, nel suo senso pieno, ha ben poco a che vedere con la tecnologia. È hacker chi esplora, chi misura i limiti per superarli, chi non si accontenta della confortevole vulgata. E la cosa ci riguarda, noi italiani, da vicino.

Tanto da vicino che, se volessimo dire il concetto nella nostra lingua, non saprei trovare traduzione più acconcia che la virtù dell’uomo rinascimentale: quel mix perfettamente equilibrato di ardimento, di intelletto, di voglia di penetrare dentro i meccanismi che muovono la natura e gli uomini.

Colombo, Ricci, Bruno, Galilei: cosa furono se non hackers?

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