The Game

L’ultimo di Alessandro Baricco, The Game, specie di peana al meraviglioso mondo della rivoluzione digitale vista attraverso la lente della gamification, a voi è piaciuto?

Io, sinceramente: l’ho trovato un rimasticaticcio di cose già sentite millanta volte, con in più una coloritura ideologica ambigua, tra il reazionario-elitista (“la mediocrità sfreccia in corsie che non c’erano mai state prima, spesso è un vero casino, ma gli scrittori veri sono ancora lì, vivono in determinati quartieri”) e la narrazione anarcoide delle origini mitiche (i visionari della Silicon Valley, il Whole Earth Catalog, la rete come disintermediazione: insomma tutti i parafernali che i più avvertiti, e penso a un Evgenij Morozov o un nostrano Massimo Gaggi, hanno smontato pezzo per pezzo da anni).

La scrittura insolitamente trascurata e la commovente marchetta alla Casaleggio (della cui piattaforma Rousseau è detto non esistere “niente del genere da nessuna parte del mondo”) stanno per colmo di misura.

Un Baricco insomma assai meno lucido che nel vecchio I Barbari (2006): ritratto, misurato o quanto meno motivato nell’entusiasmo, di una mutazione nel paradigma cognitivo colta nel suo accadere (‟Ognuno di noi sta dove stanno tutti, nell’unico luogo che c’è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha nome, barbarie. A differenza di altri penso che sia un luogo magnifico.”).

Una cosa tuttavia in The Game mi sembra detta giusta: non è (solo) dalla tecnologia che scaturisce la rivoluzione, ma è un po’ anche l’inverso. Insomma, tramontato il modo di vivere del secolo breve, ‟una certa mutazione mentale si è procurata gli strumenti adatti al suo modo di stare al mondo e lo ha fatto molto velocemente: quel che ha fatto lo chiamiamo rivoluzione digitale. Continuate a invertire la sequenza e non fermatevi. Non chiedetevi che tipo di mente può generare l’uso di Google, chiedetevi che tipo di mente ha generato uno strumento come Google”.

Pubblicato su Eventual Consistency