AI e cittadinanza digitale

La ricerca sull’intelligenza artificiale risponde a un sogno antichissimo dell’uomo, quello di comprendersi nella sua interezza e di “farsi” a propria immagine. Come scrissi in un articolo sul pensiero automatico, c’è un fil rouge che collega il trattato Aṣṭādhyāyī di Pānini, dove è già in nuce la notazione di Backus-Naur, gli artifici mnemonici di Lullo e le macchine calcolatrici di Pascal e Leibniz, il Golem delle leggende boeme e gli algoritmi di deep learning.

Oggi l’intelligenza artificiale è un campo sterminato che abbraccia forse tutte le aree dello scibile, dalla matematica alla filosofia alle neuroscienze all’economia all’etica alla politica. Il che implica la necessità di un approccio che non si riduca mai alle singole componenti “specialistiche”, ma che sia in grado di abbracciare una pluralità di punti di vista e l’intersezione tra di essi.

Nello stesso tempo gli interessi economici in gioco sono vastissimi, anzi la sopravvivenza stessa di un’economia nazionale può dipendere, nei prossimi decenni, da quanto efficacemente il sistema paese che la esprime sarà stato in grado di avanzare nella ricerca e, soprattutto, di averne saputo integrare i risultati all’interno delle proprie strutture produttive e sociali. McKinsey stima che l’AI potrà creare, globalmente, fino a 5,8 trilioni di dollari di valore all’anno.

La ricerca scientifica, il mercato del lavoro, la sanità, la scuola, il welfare e in generale le strutture profonde della società subiranno modifiche estremamente profonde, alle quali lo Stato deve far fronte per indirizzarle opportunamente ed evitare contraccolpi troppo drastici su alcune fasce sociali. Non è tuttavia opportuno adottare un punto di vista eccessivamente “difensivo”: occorre piuttosto creare meccanismi virtuosi di ridistribuzione della conoscenza e della ricchezza (ad es., introducendo un’opportuna valutazione economica del valore dei grandi data pool adoperati per addestrare gli algoritmi, con eventuale tassazione).

L’etica e la riflessione sul senso della ricerca in AI devono comunque essere al centro di ogni intervento normativo o regolatore: occorre ricordare che l’AI è innanzitutto una riflessione dell’Uomo su sé stesso. Considerazioni che devono indurre a cautele particolari laddove l’intelligenza artificiale si affianca (non subentra) alla sensibilità umana nella sanità e nella ricerca genetica, nel sistema penale, e in generale in tutte le situazioni in cui si decide della vita e della libertà dell’uomo.

Come proposto nel Manifesto per la cittadinanza digitale, è oggi necessario sostituire il soggetto politico aristotelico (zôon politikòn) con l’infoviduo: «rete intelligente complessa, né soggetto né oggetto ma forma connettiva» ed aperta, «insieme indissociabile della persona fisica e di quella digitale, la prima organica e la seconda composta dall’insieme dei dati online e dei profili digitali».

Occorre allora ripartire dalla partecipazione consapevole del cittadino al tempo presente, anche attraverso il dialogo con le istituzioni che lo rappresentano, affinché non sia il timore a guidarci ma la padronanza della tecnica e la conoscenza delle sue ragioni.

Pubblicato su Eventual Consistency