Primavera di Praga

Cinquant’anni dal ’68 significa anche cinquant’anni dalla stagione luminosa di Praga, estinta nella notte tra il 20 e il 21 agosto dai tank del patto di Varsavia.

Spezzato così anche il sogno dei giovani praghesi di allora di guardare a Occidente, di stringere amicizie, amori, legami di affari e di cultura con i coetanei d’oltrecortina. All’improvviso, una Corea del Nord nel cuore d’Europa.

«Ora che vi sia acquattano i soldati di Mosca», scrive attonito Angelo Maria Ripellino, «non vi potrò più tornare»: lui che nella città di Kafka «affondava come un albero stento le sue radici».

Pure Hrabal aveva fatto un libro sull’assurdo della precedente stagione stalinista, Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare. Ma la casa, con le finestre e le porte murate, era di nuovo quella: «angusta, afosa, gremita di trabocchetti». È la “normalizace”, la “normalizzazione”: così chiamano i sovietici quegli anni tetri, fino alla “trasparenza” di Gorbačëv”.

In cinquant’anni un ciclo si è compiuto. L’Europa pensata a Ventotene ha fatto la sua parte perché il muro (materiale e morale) crollasse, e ha saputo riassorbire nella sua orbita i frammenti usciti dalla fine del mondo sovietico. Quell’Europa ha toccato il punto più alto (almeno finora) nel programma di Lisbona del 2000, nel ridisegno generoso delle competenze comunitarie, e nel tentativo poi naufragato di scrivere finalmente una Carta costituzionale unitaria.

Oggi il quadro è mutato. L’Europa è in piena crisi: non più teatro di un progetto alto di integrazione, le strategie vi divergono al punto da mettere in discussione i presupposti del progetto novecentesco, con l’agenda per ora appiattita sull’amministrazione, i regolamenti, la burocrazia. Gli Stati riscoprono nazionalismi, protezionismi, xenofobie: paure, cioè, di conio vecchio per reagire ai tempi nuova. Roba che credevamo, speravamo d’altri tempi.

Eppure il progetto di un’Europa veramente unita a mare non lo possiamo proprio buttare. Non solo perché quel progetto ci ha garantito settant’anni, o poco manca, di pace continua; non solo perché ha reso concreto il meglio del pensiero politico, economico, sociale che il ‘900 abbia prodotto; e neppure perché nessuno Stato europeo può più sperare di aver voce da solo in un mondo globalizzato. Ma perché l’Europa ha davvero le carte per diventare il più grande laboratorio di integrazione del pianeta, la più grande sperimentazione mai tentata di forme avanzate di cittadinanza, di politica economica, di Stato sociale, di dialogo culturale. È un’occasione gigantesca che non possiamo sprecare così. Che non dobbiamo sprecare, a tutti i costi.

E fallire non significa fare il gioco dei “sovranisti”. Fallire significa rimetterci per sentieri sentieri sterili, divisivi, pericolosi; fallire significa dimenticare le lezioni della storia, per ripeterne gli errori.

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