Umani, algoritmi, decisioni, bias

Orlagh Murphy/Getty Images

La tesi dell’articolista della Harvard Business Review è chiara: nel prendere decisioni e fare valutazioni gli algoritmi sarebbero di gran lunga più imparziali, più accurati e più efficienti di noi umani. Quindi, ne è la conseguenza appena suggerita, il loro impiego tenderebbe a lenire le discriminazioni sociali, non ad aggravarle.

Del resto i processi di decisione automatica, ricorda Alex P. Miller, appaiono oggi superiori a quelli condotti dall’uomo in una varietà di scenari che fino a ieri sembravano nostro indiscusso feudo: calcolo dei rischi associati alla concessione dei mutui, valutazione dei candidati ad un impiego, scelta dei membri di un consiglio di amministrazione, addirittura decisioni di carattere giudiziario.

Certo non è il caso di professare fede cieca nella potenza della statistica e del pensiero automatico (“algorithmic absolutism or blind faith in the power of statistics”), o di sottovalutare il crescente impatto etico dell’irruzione nelle nostre vite dell’intelligenza artificiale; ma appare sempre più probabile un futuro prossimo in cui macchine e uomini collaboreranno, in simbiosi crescente, in processi decisionali sempre più delicati e sempre più invasivi.

Pubblicato su Eventual Consistency
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