Amache e ragnatele

In una lunga risposta alle critiche suscitate dalla sua Amaca sugli “episodi di intimidazione di alunni contro professori”, Michele Serra parla dei meccanismi di diffusione delle informazioni sui nuovi media e tocca un nervo scoperto.

La maggior parte delle critiche riverberate sui social, scrive Serra, non sono rivolte all’articolo, ma sono relata refero, eco, viralità, messaggi insomma generati dall’onda di una commozione emotiva che in tempo rapidissimo si allontana dalla fonte originaria. Il testo di partenza “quasi non vale più”, perché “[q]uasi nessuno lo legge fino in fondo e lo analizza”.

E io credo che Serra colga nel vivo. Perché non è affatto da escludersi che un testo di 1500 battute, per forza di cose denso e ricco di riferimenti socio-politici, sia di gran lunga sproporzionato rispetto alla “capacità di canale” della comunicazione social.

Non è affatto da escludersi che qualsiasi messaggio di complessità superiore al “meme” sia destinato a degradarsi rapidissimamente, né che il commentatore o l’hater di turno non soltanto non si prenderanno più la briga di affacciarsi alla fonte originale, ma nella maggior parte dei casi neppure saranno interessati a sapere che quella fonte esiste.

Tuttavia, non è neppure possibile prescindere da questi fenomeni, perché la comunicazione tradizionale e quella social vivono ormai da tempo in perfetta osmosi.

Il dilemma, spinoso, è quindi tra la scelta di ignorare i risvolti social di un messaggio tradizionale (come programmaticamente fa Serra) e la disponibilità ad apprendere le dinamiche caratterizzanti di entrambi i mondi, sforzandosi magari di modulare il messaggio sulla “capienza” del canale. Ammesso naturalmente che questo sia sempre possibile, e ammesso che il nuovo non finisca per soppiantare il vecchio, senza appello.

Pubblicato su Eventual Consistency