Contaminarsi

Qualche giorno fa il giovane cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha proposto di vietare ai minori di indossare il velo, con la motivazione che a tutti i ragazzi vanno garantite opportunità uguali. Principio sacrosanto, ma la questione qui è: strappare una giovane donna (o un giovane uomo) alle proprie radici, al tessuto culturale a cui per nascita o per sorte appartiene, siamo sicuri che sia “giusto”?

Intanto perché crescere significa trovare un personalissimo, arduo equilibrio tra appartenenza e autodeterminazione; e se “appartenere” diventa un reato va a finire che ci si ritrova, da adulti, come il visconte dimezzato di Calvino.

Poi, più in generale, perché non è affatto scontato che le minoranze debbano conformare la propria cultura, gli usi, la lingua, il modo di vestire o di muoversi, la religione e la visione del mondo al modello dominante. Il che sarebbe innanzitutto una forma particolarmente perniciosa di imperialismo culturale (Edward Saïd insegna), ma poi anche una grandissima occasione sprecata. Un’occasione, dico, di passare dal muro contro muro al dialogo, dalla difesa a spada tratta di una tradizione piena di polvere alla disponibilità reciproca a contaminarsi: cioè a toccarsi (“contaminare” è connesso al tema del latino “tangĕre”, “toccare”).

Fermo restando, naturalmente, che il rispetto delle leggi dello Stato va preteso da chiunque; ma con due precisazioni. La prima è che si parla qui appunto di “leggi”, non di “valori”, i quali restano invece oggetto di scelta (con buona pace della nostra Cassazione). La seconda è che va allargato il più possibile il godimento dei diritti civili, e dunque la partecipazione al processo democratico (lo ius soli è un caso particolare di questo principio), affinché dalla soggezione passiva alla legge ci si elevi alla dignità di cittadino che con le leggi può “parlare”, secondo la bellissima immagine platonica.

Pubblicato su Eventual Consistency