Censure-as-a-Service

Alla Manchester Art Gallery spediscono in magazzino Ila e le ninfe, graziosa fantasia preraffaellita di John William Waterhouse, offrendo al pubblico, al posto della nudità tutto sommato anodina delle ragazze, la nudità enigmatica del muro. E invitando poi i visitatori a commentare l’iniziativa per mezzo di post-it appiccicati nello spazio vuoto (anche la nudità del muro conturba, si vede).

Censura bella e buona? Morbosa pruderie anglosassone? Provocazione? (O addirittura gesto d’arte performativa?) Chissà; ma l’operazione è in sé ovviamente furba, e si inserisce con finezza nel dibattito attualissimo intorno a COSA sia “appropriato”: in un’opera d’arte, in una formula linguistica, o magari in un approccio. E intorno, anche, a CHI spetti l’ultima parola: all’individuo? a un movimento d’opinione? all’autorità costituita? al capo di una multinazionale? a un algoritmo?

Che l’arte non debba (anzi, non possa) porsi vincoli di nessun tipo è pacifico, almeno per chi scrive: ma quali siano i limiti di ciò che i “fruitori” sono disposti a tollerare, posto che tali fruitori una volta erano i “borghesi” che Dwight Macdonald ebbe a deridere in quanto cultori del “midcult”, della rifrittura cauta e politicamente corretta delle avanguardie, e che oggi invece siamo (salvo eccezioni) tutti noi; ebbene quali siano questi limiti non è affatto scontato.

Al contrario, è possibile che quei confini siano destinati a restringersi, in misura proporzionale al progressivo parcellizzarsi e frammentarsi dei rapporti sociali, e (paradossalmente) in ragione diretta del prevalere dell’individuo, lasciato solo dinanzi al messaggio “alto” e “altro” dell’arte.

Pubblicato su Eventual Consistency