Architettura e informazione digitale

In che misura organizzare, strutturare e rendere fruibile l’informazione digitale è architettura?

Questione forse ancora accademica, ma meno sicuramente di quel che appare a prima vista. Sempre più permeabile è infatti la barriera tra spazio fisico e spazio virtuale; e sono già pensabili (anzi, già in essere) configurazioni spaziali in cui il piano materico si compenetra con quello immateriale dell’informazione astrattamente intesa.

Ricordiamo, come esempio paradigmatico, il padiglione della Russia a La Biennale di Venezia del 2012, ove le superficie interne, interamente rivestite di QR-code, non erano mero supporto ad una “texture di arredo”, ma funzionava come raccordo (rectius, come interfaccia) tra due mondi non più alieni l’uno all’altro.

Il fruitore dello spazio è d’altra parte egli pure oggetto di una metamorfosi, che ne accentua le componenti cognitive astratte accanto a quelle più tradizionalmente legate ad una corporeità sensibile.

La domanda iniziale si carica dunque di una complessità di articolazioni, ponendosi al crocevia di una convergenza interdisciplinare in cui l’architettura non è tanto chiamata a dire, solipsisticamente, la sua, bensì a dialogare con organizzazioni di pensiero di varia estrazione (scienza dell’informazione, psicologia cognitiva, semiotica, e così via). E tra i problemi che ne scaturiscono c’è, naturalmente, quello della conservazione.

Stimolanti riflessioni possono nascerne, soprattutto quando si tenga presente che la natura peculiare del manufatto digitale pone problemi totalmente diversi da quelli affrontati dalle discipline della conservazione classicamente intesa, ed ancora più delicati nel caso in cui si facciano oggetto di studio manufatti ibridi, composti di materia e di informazione insieme.

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