Henryk Grynberg, Monolog polsko-żydowski

È pericoloso parlare di “campi di concentramento polacchi” anziché di “campi di concentramento nazisti in Polonia”: la gaffe costò perfino a Barack Obama, nel maggio 2012, una solenne tirata d’orecchi dall’allora primo ministro polacco Donald Tusk (Obama Misspoke On ‘Polish Death Camp,’ Says White House, in The Huffington Post, 29 maggio 2012). Le parole che in quell’occasione il premier polacco rivolse al potente alleato sono emblematiche:

We always react in the same way when ignorance, lack of knowledge, bad intentions lead to such a distortion of history, so painful for us here in Poland, in a country which suffered like no other in Europe during World War II.

Di segno diverso, ma di uguale efficacia simbolica, è il recentissimo discorso pronunciato dal presidente della Repubblica Andrzej Duda in occasione del 75o anniversario della fondazione di Żegota, celebre movimento partigiano che si pose come fine la protezione degli ebrei:

[…] there could be no permission for and no indifference towards one part of our state`s community, one part of Polish citizens, their neighbours, being murdered, ruined, subjected to total annihilation.

Invero l’opinione pubblica polacca si mostra oggi estremamente sensibile al tema della Shoah, e fermamente intenzionata a negare alcun coinvolgimento nella pianificazione ed attuazione della Endlösung der Judenfrage (cfr. anche Wikipedia.pl, s.v. Polskie obozy koncentracyjne per una ricapitolazione del complesso dibattito). Eppure un’affermazione del genere, imposta ormai come verità di Stato attraverso meccanismi simili a quelli che sanzionano il negazionismo, è contraddetta da fatti storici, come il massacro di Jedwabne del 10 luglio 1941, nel quale perirono almeno 340 ebrei per mano di forze paramilitari tedesche e polacche. Senza contare che, ad onta dell’opera virtuosa di organizzazioni come la Żegota sopra menzionata, l’efficacia dell’azione nazista in Polonia trovò un immenso catalizzatore nella gerarchia cattolica e, tra il popolo, in un rancore sedimentato nei secoli e continuamente alimentato dalla propaganda ufficiale e dalle strutture di potere.

Lo dimostra, per limitarci ad episodi novecenteschi, il coinvolgimento delle forze armate polacche nei pogrom che accompagnarono o seguirono la guerra polacco-ucraina del 1918-19: a Lviv, dal 21 al 23 novembre 1918; a Rzeszów, durante l’inverno del 1929; a Varsavia, a Pinsk, a Częstochowa, rispettivamente il 22 aprile, il 5 maggio e il 27 maggio dello stesso anno. Lo dimostra la vergognosa serie di violenze contro gli ebrei negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale: a Białystok, a Kielce, a Cracovia, a Lublino, a Łódź, ancora a Rzeszów, a Varsavia. E non è necessario aggiungere che negare o minimizzare questi fatti equivale a fare, ancora oggi, propaganda antisemita.

Ma le violenze non esauriscono il dramma. Non lo esaurisce la stessa Shoah: i cui resoconti, certamente vitali per il dovere alla memoria di cui tutti gli uomini sono investiti, sono, paradossalmente, superflui. Il trauma, l’interrogativo, il confine tra prima e dopo congelato nell’incomprensibile è la svuotamento assoluto della Polonia dalla vita e dalla cultura ebraica. L’assenza, il vuoto, dove prima c’era un continuum inscindibile di identità ebraica ed identità polacca. Volutamente fraintendendo il senso di uno slogan che Kosinski fece circolare nel 1988 (“La Polonia è la nazione più spirituale d’Europa”), Henryk Grynberg usa la polisemia della parola duch per gridare che la Polonia è la nazione più popolata di fantasmi.

Non soltanto i fantasmi dei tre milioni e cinquecentomila ebrei polacchi che popolavano città e shtetlekh. Non soltanto il fantasma della cultura ebraica, yiddish, ebreo-polacca (la si chiami come si vuole) senza il cui apporto l’identità europea sarebbe stata condannata all’insopportabile rozzezza del pensiero unico (il rapporto dell’ebreo con la Torah non è statico, dogmatico, scolpito nella pietra come quello del cattolico con le Scritture; al contrario, è basato su un processo iterativo, dialettico, ermeneutico, in cui l’interpretazione è continuamente rivista e interiorizzata). Ma il fantasma stesso della Polonia, della sua identità nazionale e della sua coscienza civica che nell’ebraismo si fondavano non meno che sul cattolicesimo.

Ed è a causa di questo svuotamento che Henryk Grynberg intitola il suo libro Monologo: giacché egli non ha più interlocutori che condividano la medesima esperienza di vita, se non il pugno di salvati, i pochissimi sopravvissuti; e parla da ebreo, da polacco, e da ebreo polacco tra uomini di cui egli soltanto riunisce in sé, come esito di una (quasi hegeliana) sintesi distillata nei secoli e annullata dalla Shoah, le tre nature. Monolog polsko-żydowski: monologo d’un ebreo polacco.

O Monologo ebraico-polacco: il che è lo stesso, perché nei testi di Grynberg l’esperienza personale e il portato storico non sono mai disgiunti, anzi la storia universale, la storia dei popoli, sembra scaturire dalla vita dei singoli; quanto meno, è in quest’ultima che hanno e origine e piena legittimazione gli strumenti dello storico. Grynberg stesso si ebbe la famiglia sterminata negli anni 1942-44, e dopo la guerra fu indotto ad abbracciare la condizione straniante dell’esule in America.

Il libro è una raccolta di articoli, pubblicati in anni diversi sulle riviste Res Publica Nowa ed Odra, nonché su Wprost e Gazeta Wyborcza, edita nel 2003 per Wydawnictwo Czarne e, in una seconda edizione, ancora nel 2012. Non esistono purtroppo, a conoscenza di chi scrive, traduzioni. Del resto Grynberg, che pure avrebbe potuto scegliere tra una notevole rosa di altre possibilità, con in testa l’inglese, il russo e lo yiddish, non ha smesso mai di scrivere in polacco. Ed è una testimonianza toccante della sua sensibilità al problema della lingua (e dell’identità che attraverso la lingua si costruisce e si preserva) la descrizione della comunità ebraica di Dobry (presso Elbląg), della quale egli registra attingendo alla memoria un’interessante crestomazia di espressioni locali: frammenti di un discorso interrotto. Quante lingue andarono perdute nel buco nero della Shoah? Ed è un bene o un male che ai nostri giorni la Polonia si sforzi di dare, anche sotto il profilo linguistico, un’immagine di estrema, eccessiva omogeneità?

Oggi che i grandi fenomeni migratori rimettono in discussione le frontiere d’Europa (per buona sorte, a parer di chi scrive) il sentimento antisemita mescola la sua virulenza millenaria con la nuova follia islamofobica. “Muslims have […] become […] the new Jews”, scrive la sociologa Sara R. Farris in un articolo apparso su Al Jazeera e diligentemente tradotto in polacco da Le Monde diplomatique edycja polska. Di fatto i nodi tra questi due grandi ignominie della storia europea sono tanti e complessi, non soltanto a causa della questione palestinese. La paura dello straniero è origine comune ad entrambe, ed in forma tanto più deflagrante in quanto islam ed ebraismo sono inner strangers, ingredienti storicamente cruciali per la costruzione di quella stessa coscienza europea che ora li ripudia.

Non esistono, ovviamente, panacee. Ma finché non avremo imparato a riconoscere in noi stessi il fondamento dell’odio, finché non avremo ricondotto il pensiero unico delle ideologie (in primis nazionalismi e fanatismi religiosi di stampo reazionario) entro i confini di un sano scetticismo, finché non avremo orientato i nostri processi formativi verso l’accoglienza e la comprensione dell’altro, e di quella parte dell’altro che è già in noi; finché non avremo fatto tutto questo, in breve, non avremo ragione di aspettarci la pace, e dimostreremo di aver dimenticato la lezione della storia. Il rischio allora, ci ammonisce Henryk Grynberg citando la Arendt, è che ciò che è accaduto una volta accada ancora.

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