Acclamare l’avvento messianico delle competenze come se fossero il contrario esatto della Realpolitik nostrana, anzi della politica tout court, lo trovo un segnale di debolezza intellettuale ancora più preoccupante dell’avallo populistico delle incompetenze.

A parte il fatto che il whatever it takes fu decisione politica e non tecnica o comunque non solo tecnica (e sul ruolo “vischioso” delle banche centrali nelle democrazie contemporanee è da leggere Unelected Power, libro-monstre dell’ex vicegovernatore della Banca d’Inghilterra sir Paul Tucker), siamo troppo proclivi a scordarci che per agire politicamente dentro una democrazia almeno tanto quanto la competenza serve saper stare nei compromessi, saper essere anche ricattabili (politicamente parlando, s’intende).

Perché nessuno in democrazia è super partes, vivaddio. O questa epifania delle competenze adombra un’inconfessabile nostalgia dello stato di eccezione alla Carl Schmitt? Dell’uomo forte, dell’uomo della provvidenza?

In un pezzo su Il Sole 24 ORE di oggi, Sergio Fabbrini ricorda che Giovanni Sartori propose, in un saggio del 1994, di costituzionalizzare un sistema di governo (definito come “presidenzialismo alternante”) basato su due motori, uno parlamentare ed uno presidenziale. Probabilmente il senso della riforma costituzionale del 2016 era anche questo, e possiamo leggerlo come l’istituzionalizzazione di una incapacità innata della nomenklatura nostrana di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte (o non scelte).

Ma attenzione a lasciarsi abbagliare dalla favola bella di una governance senza politica.