Più vado in giro, più mi convinco di una cosa. La celebrata familiarità dell’italiano medio con la buona cucina è una solenne fake news.

Non soltanto quando viaggia l’italiano medio è strutturalmente incapace di approcciare con disponibilità di testa e di papille gustative la cultura gastronomica locale, e già questo è un sintomo che parla chiaro, magari trincerandosi dietro un presunto canone, del genere del cappuccino che non si beve dopo le 12, che però è ancora una volta freudianamente attaccamento alla cucina di mammà, quella del dado Knorr e delle merendine. Ed è un paradosso che della ricchezza di quelle mecche della cucina che sono New York e London siano proprio gli italiani a non saperne godere.

Ma soprattutto, dove sono l’attenzione alla secolare cultura italiana del cibo, alle produzioni di eccellenza, alla storia nazionale che si sostanzia a tavola come insegnano Rebora e Montanari? Le 77 D.O.C.G. d’Italia, la scienza e l’arte di Artusi, le colture di qualità protette da disciplinare, gridano vendetta ogni volta che il solito italiano all’estero va in estasi per il pacchetto di Pan di Stelle o il Tavernello del discount che il solito traffichino rivende a peso d’oro. Esatto: non per il prosciutto di cinta senese o per il radicchio trevigiano, ma per lo scarto dello scarto della roba industriale made in Italy.

E finisce che gli alfieri più strenui dell’Italian sounding sono proprio gli italiani.