Oggi compie sedici anni la norma più disattesa del nostro ordinamento (a parte forse la legge Scelba), quel Codice dell’Amministrazione Digitale che nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto essere una Magna Carta della transizione digitale, un mappa dei diritti e dei doveri di cittadini, imprese, pubblica amministrazione.

Oggi la norma, una sindone martoriata da “successive modifiche e integrazioni” che si contano a decine e affogata in un quadro normativo sul digitale estremamente più complesso, sopravvive più come testimonianza della stagione storica in cui è nata (e come lista di adempimenti per l’AGID) che come chiave di volta di un progetto di ampio respiro di riforma dello Stato.

Oggi è fondamentale disegnare una via italiana alla transizione digitale e portarne le istanze direttamente a Bruxelles, partecipando attivamente e lealmente al processo di policymaking europeo. La stagione dei recepimenti bizantini delle direttive EU deve finire, sia perché rallenta il processo di integrazione europeo, sia perché aggrava i costi per cittadini e imprese e rende l’Italia meno appetibile agli investitori internazionali.