Personalmente non sono mai stato contrario a che decisioni cruciali per la vita del Paese vengano affidate al voto su una piattaforma di democrazia partecipativa (è anche un concetto non estraneo al pensiero di Rodotà, se vogliamo, pur con tutti i necessari distinguo).

Ogni partito ha i suoi processi decisionali e le sue liturgie, espressione della propria visione politica, e li implementa come meglio crede. Del resto l’art. 49 Cost. stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Da tecnologo, però, mi interessa che le piattaforme digitali che hanno un impatto sulla vita del Paese rispondano a requisiti più stringenti possibile in termini di trasparenza, affidabilità, accountability, resilienza. Open source o closed source poco importa, perché una scelta di parte implicherebbe escludere dal mercato quei fornitori che optano per una soluzione proprietaria o in cloud (Software as a Service). Quello che conta è che i requisiti, stabiliti per legge, siano estremamente stringenti e il fornitore della piattaforma possa essere chiamato in ogni momento a risponderne anche di fronte ad osservatori indipendenti.

Anche questa del resto è una forma di controllo di legalità sui partiti, sotto il profilo della democrazia interna, secondo una rilettura del dettato costituzionale più aderente alle esigenze della moderna dinamica politica.