La confusione sull’introduzione del pensiero computazionale nelle scuole è grande. Non so se dipenda dalla storicamente scarsa dimestichezza della cultura italica con la parte logico-matematica del nostro cervello (e della storia del pensiero), da un magari in buona fede ma maldiretto tentativo di colmare il distacco con altri popoli, o dalla scarsa disponibilità di docenti abbastanza preparati e abbastanza coraggiosi da saper affrontare un cambio di paradigma che comunque non è più rimandabile.

Nella migliore delle ipotesi, si ripete con ossessività il mantra del coding a scuola quando invece è ai dati che dobbiamo guardare. Sono i dati a contare davvero, non il coding che è semplicemente uno strumento per la loro fruizione. Il dato è sovrano: il codice, salvo i casi di algoritmi alla frontiera della ricerca, di progetti-monstre che richiedono il coordinamento di migliaia di sviluppatori o di tecnicismi/ottimizzazioni verticali, ne è una conseguenza, quasi un epifenomeno.

Contribuire alla costruzione di un ecosistema aperto, interoperabile e ben disegnato di dati e di relazioni tra dati, sapervi interagire, saperlo interrogare per ricavarne conoscenza: questo è vivere da contemporanei, è un modo di esserci. È il momento di scavalcare il paradigma computazionale, che comunque non si “smarca” mai da un quid di proceduralità anche nelle sue forme avanzate (funzionali, a oggetti) per abbracciare piuttosto un “paradigma semantico” o meglio un paradigma data-centrico, costruito sui dati e sulle loro relazioni.

Poi è ovvio (se ci fosse ancora bisogno di ribadirlo) che lo strumento cognitivo e anche operativo di elezione per interagire con un ecosistema di dati è il codice, attraverso interfacce programmabili, entry point SPARQL e chi più ne ha più ne metta.

Ma lasciatemi sognare un futuro in cui la scuola saprà fornire ai nostri figli gli strumenti critici e operativi per vivere con consapevolezza in un mondo in cui gli ecosistemi di dati e le loro relazioni sono i motori più potenti di produzione e trasmissione della conoscenza, di partecipazione alla vita civile e in ultima istanza anche di impegno politico.

Un futuro in cui, tanto per dirne una, sul portale Developers Italia della Presidenza del Consiglio non leggeremo «una selezione di API REST italiane a disposizione degli sviluppatori», ma semplicemente «una selezione di API REST a disposizione DEGLI ITALIANI».