Ci abbiamo creduto, ma ora basta. È il momento di lasciarci alle spalle la narrazione, mezza ingenua mezza adulatoria, che vorrebbe le multinazionali del digitale creazioni impeccabili di geni illuminati. Le big tech, in realtà, costruiscono le loro fortune più sull’inadeguatezza delle norme, su regimi fiscali di vantaggio, sulla spregiudicatezza finanziaria e sulla scala globale su cui si muovono (e su cui la politica non riesce a seguirli) che sull’innovazione vera. Non è grazie ai propri (pur brillanti) algoritmi di intelligenza artificiale che Uber e Lyft dominano il mercato, ma perché hanno saputo mettere a frutto le zone grigie nelle legislazioni nazionali e tagliare i costi sulla gestione dei lavoratori, salutati come i nuovi imprenditori di sé stessi ma, di fatto, privi di ogni tutela e succubi dei clienti con le loro review, in una triste parodia dell’American dream.

Lunedì quest’uomo, Ethan P. Schulman, giudice della Corte Superiore di San Francisco, in quella California che non è solo Sylicon Valley ma anche un immenso laboratorio di diritti civili, ha ordinato che ai lavoratori della gig economy venga riconosciuto lo statuto di lavoratori dipendenti a tutti gli effetti, meritevoli di ogni tutela tanto quanto gli ingegneri che lavorano nel quartier generale. E Uber e Lyft, che sull’assenza di tutele hanno costruito il loro business model (anzi, sulla “commodificazione” della prestazione d’opera), hanno minacciato per rappresaglia di lasciare lo Stato.

È ora, ha detto il magistrato, che le piattaforme digitali si assumano le loro responsabilità verso i lavoratori e verso la collettività. Parole che vorrei fossero la bussola degli anni che ci aspettano, dopo una pandemia che continua ad ammassare potere e ricchezza inimmaginabili nelle mani di pochissimi. Parole così potenti che i mercati non hanno potuto non prestarvi orecchio.