Sto notando una cosa. Il salto quantico che stiamo vivendo, il fast forward nell’età virtuale che il virus ci sta bene o male costringendo a fare ha scatenato un’imponente reazione immunitaria nell’organismo invecchiato del nostro Paese. Va detto che le giravolte del governo sull’app Immuni e le alzate d’ingegno su braccialetti elettronici (e perché no, chip sotto pelle) per allevare giovani sorvegliati di certo non aiutano.

Dopodiché è incredibile come la privacy, diritto sacrosanto per carità di dio, sia diventata nel frattempo lo stendardo di una generazione ormai bollita che ha vissuto (o prodotto) i suoi bravi fallimenti nella corsa al digitale e ai cui capibastone ora non sembra vero di poter ergersi a padri della patria.

O quantomeno a numi tutelari di trasparenza, virtù civiche e stato di diritto, o a indagatori di recondite liaisons tra governi e fornitori di app da tracciamento: quando poi da parte di costoro non si vede altro che una sottilizzare veramente sul sesso degli angeli, e i giochi intanto li hanno fatti Apple e Google imponendo in souplesse il loro modello a mezzo mondo.

L’élite tech-savvy (o sedicente tale) nostrana sta scontando la sua lunga consuetudine con un approccio manicheo all’età dell’informazione: segno di disillusione, di mancanza di aria fresca a furia di evitare ogni apertura internazionale per timore di un confronto impietoso, in altri termini di decadenza. Per i maîtres-à-penser di quaggiù il modo di pensare l’innovazione o si appiattisce su una tecnocrazia dallo sviluppo cieco e tendenzialmente da reprimere, oppure si rarefa in un’etica all’acqua di rose.

Ma l’innovazione è un transito costante e come tale va vissuto, senza accensioni acritiche ma senza quella stolida inerzia reazionaria che è un po’ come la droga: non fa male solo a me, ma ingrassa chi la spaccia. La preoccupazione costante di essere sull’orlo della distopia non fa di nessuno una salvaguardia dell’habeas corpus, ma rivela molti per quello che sono.

Fossili.