Si discuteva con un’amica se abbia tuttora senso lo studio del greco nelle scuole italiane. Per chi non lo sapesse, siamo tranne eccezioni marginali l’unico Paese in Europa in cui questa materia è parte di un programma di studio non universitario: neppure in Grecia studiano il greco antico alle superiori.

Dario Antiseri e Alberto Petrucci, economista che ho avuto l’onore di avere tra i miei maestri, scrivono in Sulle ceneri degli studi umanistici (Rubbettino, 2015) che la traduzione dalle lingue classiche sarebbe l’unico esercizio ermeneutico che veda la luce nella scuola italiana, cioè in altre parole l’unico vero problema, nel senso scientifico della parola, che gli studenti delle superiori si trovino ad affrontare. Ma, ammesso che sia davvero così, ammesso che lo studio del greco non si riduca all’addestramento pappagallesco ignaro di qualsivoglia spessore filologico che impera nelle aule italiane, l’affermazione dei due illustri studiosi (nessuno dei quali comunque è un linguista o un pedagogista) ridonderebbe semmai a sfavore dello stato generale della scuola, non a favore dello studio del greco.

Il greco entra nella scuola post-unitaria con la riforma Gentile del liceo classico (1923), in continuità con la legge Casati del Regno di Sardegna (1859) la quale a sua volta si ricollega sia alla tradizione di studi rinascimentali in Italia che alla (allora in pieno fulgore) scuola tedesca di filologia classica. La riforma Gentile, con tutti i suoi innegabili meriti e i suoi altrettanto innegabili limiti, oltre a essere ormai centenaria è ideologicamente ispirata a una primazia degli studi umanistici su quegli scientifici. Il che porta al sillogismo del tutto arbitrario che chi è contrario allo studio del greco alle superiori sarebbe anche nemico delle humanae litterae tout court, uno di quelli insomma che mangiano pane e STEM e che volentieri sostituirebbe storia e letteratura con algoritmi, coding e strutture dati.

No, il problema è un altro. Uno studio anche soltanto superficiale del greco (che implica ovviamente un approccio almeno di grado zero alla cultura greca, una cultura tra le più fraintese e strumentalizzate della storia) è ormai abbondamente fuori dalle possibilità e anche dagli scopi della suola italiana. E allora ci si ritrova a voler colmare una lacuna ormai incolmabile a suon di estenuanti esercizi di “versione” su testi che a una ragazza o a un ragazzo del 2020 risultanto incomprensibili e ridicoli nello stesso tempo. In altri termini, il greco diventa un eccellente addestramento al nozionismo, allo studio passivo e senza gioia di cui poi quelle stesse ragazze e quegli stessi ragazzi si nutriranno negli anni dell’università.

Si lasci allora il greco a chi intende seguire, all’università, un percorso di studi specialistici, e si liberi il liceo da una madornale perdita di tempo.